01 luglio 2009

I casinò russi giungono in Montenegro


Il gruppo russo Korston, leader nel settore alberghiero e dei casinò, trasferisce la sua attività a Budva e compra l'Hotel Queen of Montenegro. All'indomani del provvedimento del Governo di Vladimir Putin, che mette fuori legge i casinò e l'alcool a partire dal 1 luglio 2009, è verosimile affermare che le grandi catene di casinò russi delocalizzeranno la propria attività in altri paesi, spostandosi, in particolar modo nei Balcani, e dunque in Croazia e Serbia, ma anche in Italia, Germania.

Il gruppo russo Korston, leader nel settore alberghiero e dei casinò, diventerà azionista di maggioranza della società di Hotel di Budva HTP, "The Queen of Montenegro". Lo ha annunciato il Presidente del gruppo russo, Anatoly Kuznjecov, spiegando che la società avrebbe trasferito la sua attività a Budva. Infatti, la ricapitalizzazione della società si trova nella fase finale, e l'accordo relativo alla acquisizione della quota di maggioranza dovrebbe essere firmato la prossima settimana. Secondo l'accordo concluso proprio questo fine settimana, dopo mesi di negoziati, i russi acquisiranno una quota di maggioranza attraverso una ricapitalizzazione di 37 milioni di euro, pari all'importo dei crediti che stanno bloccando l'attività delle aziende alberghiere. Inoltre, il gruppo russo avrà l'obbligo di investire, in una seconda fase, nella costruzione dell'hotel, che dovrebbe avere una capacità di cinque-stelle, e che dovrebbe essere un albergo in funzione durante tutti i 12 mesi dell'anno.

L'hotel, che dispone di 300 camere e casinò, cambierà il proprio nome in "Korston" e i suoi tavoli da gioco saranno monitorati con sistemi moderni d'avanguardia. "Prima della sua apertura, organizzeremo il primo aereo charter da Mosca a Montenegro", ha detto Kuznjecov. Tra le altre cose interessanti di questo accordo, vi è proprio la possibilità di ingrandire il casinò-hotel situato a Podgorica, di proprietà della società "Jack pot", alla quale i russi sono particolarmente interessati. Secondo quanto reso noto dal quotidiano Vjesti, la Jack Pot ha raggiunto un accordo per dotare il casinò di strutture e macchinari moderni e dando la gestione dell'attività ai Russia, in cambio di un profitto annuo. Il Proprietario della "Jack Pot" è Sava Grbovic, e la società dispone di un casinò a Podgorica, nell'Hotel Montenegro. Grbovic detiene anche il 92 per cento delle Lotterie del Montenegro.

L'ingresso del gruppo Korston sul mercato montenegrino, che si aggiunge all'elenco di alberghi famosi sulla costa, segue il provvedimento del Governo di Vladimir Putin, che mette fuori legge i casinò, a partire dal 1 luglio 2009. E' verosimile affermare che, nei prossimi mesi, le grandi catene di casinò russi delocalizzeranno la propria attività in altri paesi, spostandosi, in particolar modo nei Balcani, e dunque in Croazia e Serbia, ma anche in Italia, Germania, e nei paesi del Sud America. Anche Oleg Boiko, proprie­tario della società Ritzio - il primo operato­re di slot-machine nell’Europa dell’Est - ha annunciato che il gruppo ha già stanziato grandi risorse di denaro per organizzare tali attività in altri paesi. Oltre Kalinin­grad, la ex Prussia Orien­tale, il Mar d’Azov, la regione dei monti Altaj, e l’area di Primorye, dove potrebbero nascere le nuove città, si fa sempre più strada L'ipotesi che i casinò russi trasferiscano le loro attività nei Paesi della ex Jugoslavia. Una teoria verosimile, considerando che Mosca è collegata a tutti gli aeroporti della costa adriatica o della parte continentale dei Balcani a circa tre ore. Inoltre, i cittadini della Russia possano viaggiare senza visti in Serbia, Montenegro e Croazia in virtù degli accordi di libera circolazione bilaterali. Non è da escludere che vi sia lo sviluppo dei casinò lungo la costa adriatica, nel corso della stagione estiva, ed invernali in Serbia, accanto a centri di benessere e alberghi di lusso. Sarebbe questo l'inizio di un business che consentirebbe di portare nei Balcani una grande massa di liquidità, ma anche criminalità, connessa al riciclaggio di denaro, allo sfruttamento della prostituzione e al traffico di droga. Si tratta pur sempre di un settore che dà lavoro a circa 450 mila persone, creando nei Balcani (come già accade in Slovenia) delle strane isole di gioco d'azzardo per i turisti europei, sul modello americano di Las Vegas.

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30 giugno 2009

L'accordo Mosca-Baku fa saltare gli equilibri delle forniture di gas


Con la firma dell'accordo tra Gazprom e la Società nazionale petro-gassifera dell' Azerbaigian (GNKAR), la società russa ottiene la priorità come partner per l'acquisto di gas, stabilendo che l'holding russa, che al momento non compra il gas azerbaigiano, avrà a disposizioni importazioni per 500 milioni di metri cubi a partire dal 1 ° gennaio 2010. In questo modo la Russia raggiunge un duplice obiettivo: sottrarre un fornitore di gas al Nabucco, e aumentare i trasferimenti di gas in Europa.

La visita del Presidente russo Dmitri Medvedev nella capitale azerbaigiana Baku, segna una delle tappe più importanti del tour il Medio Oriente e nel Caucaso del rappresentante del Cremlino. Replicando con pochi giorni di distanza il viaggio fatto da Barak Obama, Medvedev visita l'Egitto e alcune repubbliche dell'Africa nera, portando a casa accordi su energia, investimenti e miniere di diamanti. La capitale caucasica sembra chiudere in grande stile questo tour, incastonandosi perfettamente sia nel quadro politico-strategico della Russia, che quello economico-energetico, in vista del G8 de L'Aquila dove saranno protagonisti i grandi temi di ordine e politica mondiale, ed in considerazione dell'attuale controversia con l'Ucraina. Il Caucaso, che sta aspettando la visita del Vice Presidente americano Joe Biden, continua ad essere una terra oggetto di disputa da parte di Europa-Usa e dalla Russia, sia per la sua valenza politica come zona cuscinetto, sia per il ruolo nella pianificazione delle strade del gas. Tra l'altro, l'Azerbaigian in particolare, rappresenta uno dei principali partner strategici individuati da Bruxelles per garantire fonti di fornitura al gasdotto europeo del Nabucco.

Il gasdotto europeo, dalla capacità di 27-31 miliardi di m3 all'anno e una lunghezza di 3300 km, aveva definito come Paesi di approvvigionamento, l'Azerbaigian , il Turkmenistan, l'Iran nonché Iraq ed Egitto: tutti Stati che sono stati, in un modo o nell'altro, avvicinati dal consorzio del gas italo-russo o dal Cremlino con una proposta di cooperazione. Considerando che l'attuale situazione dell'Iran e la non disponibilità del Turkmenistan, l'Azerbaigian poteva essere uno dei più probabili partner del Nabucco, fermo restando gli accordi già presi con i russi. Di fatti, lo scorso giugno 2008, che il capo della holding russa, Alexei Miller, aveva già proposto a Baku di vendere a Mosca il gas prodotto nella seconda fase del progetto Shah-Deniz. Gazprom si era detta pronta a pagare un prezzo a Baku in funzione delle condizioni ottenute con la parte europea, con la detrazione delle spese di trasporto, di commercializzazione e un ragionevole livello di guadagno per la società. Un progetto che giunge in porto proprio con la ratifica dell'accordo di intesa tra Dmitri Medvedev e le dirigenza azerbaigiana, anticipando così che la società russa diventerà tra i principali acquirenti di gas derivanti dalla seconda tranche di estrazione del grande giacimento situato a Shah Deniz , nel Mar Caspio.

Infatti, la firma dell'accordo da parte del CEO di Gazprom Alexei Miller e il Presidente della Società nazionale petro-gassifera dell' Azerbaigian (GNKAR) Rovnag Abdoullaiev, ha avuto luogo dopo che i negoziati tra i presidenti Dmitry Medvedev e Ilham Aliyev a Baku. I due amministratori delegari hanno raggiunto ieri un accordo con Gazprom per l'acquisto di gas, stabilendo che l'holding russa, che al momento non compra il gas azerbaigiano, avrà a disposizioni importazioni per 500 milioni di metri cubi a partire dal 1 ° gennaio 2010. "Abbiamo convenuto che Gazprom sarà tra gli acquirenti del gas prodotto dalla seconda tranche del giacimento di Shah Deniz deposito, e che ad essa venga data una certa priorità ", ha detto Miller, spiegando che "se altri acquirenti vorranno ottenere lo stesso gas, dovranno proporre delle condizioni più allettanti a vantaggiose di quelle proposte da Gazprom". Scoperto nel 1999, il giacimento di Shah Deniz campo, con una superficie di circa 860 km2, si trova a 70 km dalla costa dell'Azerbaigian nel Mar Caspio, ed è uno dei più ricchi di gas del mondo. Le sue riserve costituiscono 1.200 miliardi di m3 di gas . Allo stesso modo, il Presidente azerbaigiano, Ilham Aliyev, ha reso noto che Baku ha in programma di aumentare le esportazioni di gas verso la Russia, nella misura in cui la produzione nazionale di gas aumenterà. Secondo Aliyev, il potenziale del Paese è enorme e la produzione potrebbe raggiungere i 27 miliardi di metri cubi nel 2009, per un totale di 30 miliardi di euro nel 2010, utilizzando i gasdotti esistenti ,

Sembra dunque che sia sempre più vicino il progetto di Gazprom di aumentare il flusso di esportazione del gas in Europa, soprattutto in un periodo di crisi economica e di possibile rivalutazione del prezzo del gas e del petrolio, nonché dell'estensione dei progetti di realizzazione delle reti di trasporto, grazie all'Italia e alla Serbia. Gazprom ha, come obiettivi essenziali, quello di entrare nel Mediterraneo e controllare il trasporto del gas, e quello di monopolizzare il mercato del gas europeo. Un progetto che ha subito una lieve battuta d'arresto con la crescente crisi economica, con la riduzione della domanda di gas in Europa pari al 5%, mentre le consegne di combustibile blu sono diminuite di circa il 60%, tale che la Gazprom, in aggiunta alla sua perdita di profitti, ha ceduto ai suoi concorrenti nella quota di mercato in Europa. Infatti, dopo che nel quarto trimestre del 2008, il prezzo del gas ha raggiunto un picco temporaneo di 500 dollari per 1.000 m3, lasciando tale prezzo invariato nei primi mesi del 2009, le società europee hanno notevolmente aumentato il consumo di gas naturale dai loro deposito sotterranei, stimato dalla dirigenza russa pari al 65% . Da tutta questa storia della crisi e della crisi economica, pare abbiano vinto le compagnie inglesi e quelle norvegesi, che hanno saputo approfittare del conflitto tra Mosca e Kiev. Da tali dinamiche, abbiamo potuto constatare come i grandi progetti del monopolio del gas russo hanno subito una forte accelerazione , portando a maggiori pressioni per la pianificazione del Nord Stream e South Stream. Progetti che si riveleranno decisivi quando il risiko degli Stati sarà finito, e alla Gazprom non basterà che trarne i profitti.

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24 giugno 2009

La Grande Serbia creata dall'Europa

Belgrado emana la legge che concede ad ogni cittadino nato nella ex Jugoslavia la possibilità di fare richiesta del passaporto serbo. Un documento che, all'indomani dell'eliminazione dei visti, diventerà la chiave di ingresso in Europa per tutti i popoli che resteranno indietro con i negoziati di integrazione, come croati, bosniaci e kosovari.


L'integrazione europea e le dinamiche di allargamento stanno creando un vero e proprio paradosso all'interno della regione balcanica, la cui politica interna continua a ruotare intorno alla risoluzione delle questioni bilaterali tra i diversi paesi e alla cosiddetta "questione serba". Se le controversie croata-slovena e macedone-greca hanno delle prospettive di risoluzione per i prossimi due anni, i problemi della Bosnia Erzegovina e del Kosovo sembrano avere dei tempi di svolta molto più lunghe. Sicuramente in Republika Srpska e in Kosovo oggi assistiamo a delle farse continue, legate tra di loro da una sorta di parallelismo, derivante proprio dal loro legame con la Serbia. Mentre Behgjet Pacolli guida il suo patriottico pellegrinaggio in tutto il mondo, tramite le sue fondazioni, per far riconoscere il Kosovo sotto l'egida delle attività di lobbing di Washington, la Serbia combatte la sua guerra silenziosa, aiutata da alcuni Paesi europei che vedono in lei il punto di forza di tutta la regione dei Balcani. Tutto questo all'insegna della parola "riforma" ed "integrazione europea", che sta in qualche modo sponsorizzando i piani demografici serbi.

Belgrado ha infatti emanato la legge che concede ad ogni cittadino nato nella ex Jugoslavia la possibilità di fare richiesta del passaporto serbo, "giurando fedeltà alla Serbia". Un documento che non può essere definito solo un passaporto, bensì la chiave di ingresso in Europa per tutti i popoli che resteranno indietro con i negoziati di integrazione, come croati, bosniaci e kosovari. C'è da chiedersi, dunque, quante persone faranno domande per ottenere il passaporto serbo alla fine dell'anno, quando il regime dei visti sarà definitivamente eliminato. Ciò che accadrà, non è molto diverso dal provvedimento del Governo romeno, che ha distribuito 1 milione di passaporti Schengen ai cittadini moldovi, o da quello che Slobodan Milosevic voleva fare, ossia riunire tutti i serbi in un solo posto. Oggi tutto questo viene fatto con il beneplacito dell'Europa. In un certo senso, il programma di integrazione del popolo "jugoslavo" è già in atto, considerando che la corsa ai passaporti serbi è già cominciata (o forse in Kosovo non è mai finita).

Si pensi alla Republika Srpska: l'entità serba ha accettato senza proteste o sollevamenti di piazza la decisione dell'Alto Rappresentante Valentin Inzko di limitare il potere dell'Assemblea Nazionale della RS, usando i poteri Bonn, e tutto ciò che abbiamo visto è stata "propaganda televisiva", niente di più. Allo stesso tempo, il Presidente Boris Tadic è giunto a Banjaluka per tranquillizzare i serbi, invitandoli ad avere "comprensione" nei confronti del difficile ruolo dell'Alto Rappresentante che, "agisce non per piacere, ma per garantire il futuro europeo della Bosnia". Qualsiasi cosa abbia portato Tadic a Banjaluka, è chiaro che è un qualcosa che può servire a Milorad Dodik per le elezioni, dopo la farsa del referendum per l'indipendenza della Srpska, che sicuramente tutti ricordano in Europa. Oggi sicuramente Belgrado ha voltato pagina nella sua storia, "i giochi di guerra" sono finiti, almeno da parte sua, ed è stato deciso che la Serbia avrà un ruolo strategico dominante nei Balcani, sia per le strade energetiche che raggiungeranno l'Adriatico attraverso il Montenegro, che per i suoi legami con la Russia, come vera porta d'Oriente per l'Europa. In cambio Belgrado ha concesso alla Comunità Internazionale la Republika Srpska, e forse tra 10 anni cederà anche il Kosovo, in nome della pace dei "Balcani europei e democratici". Così, dopo anni di sofferenza, la Serbia è riuscita a guardare l'adriatico con altri occhi. Un traguardo raggiunto anche grazie all'Italia, che ha pagato la sua arroganza con i "gossip scandalistici", riuscendo infatti ad entrare nei Balcani, a creare dei canali alternativi per gli oleodotti ed unire i produttori di energia dalla Libia alla Russia, spingendosi sino all'Iran. Adesso manca proprio Teheran all'appello, per chiudere il cerchio, ma a quanto pare le "manifestazione democratiche" non accennare a finire...

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23 giugno 2009

Accuse alla Gatti: ulteriore tentativo di sabotaggio


La Gatti Spa, proprietaria della fonderia Livnica AD Niksic, risponde alle accuse del Presidente del Sindacato Angelina Musikic, la quale ha depositato nei confronti della dirigenza italiana una denuncia penale. Contattata da Rinascita Balcanica, la Gatti Spa spiega che tale attacco è l'ennesimo tentativo volto a distogliere l'attenzione sull'evidente fallimento della strategia di sabotaggio contro la società italiana, per metterla definitivamente fuori mercato.

"Le accuse rivolte alla Gatti Spa sono falsità e banali tentativi di screditare la nostra società, dinanzi ad un'evidente difficoltà. La società ha agito in completa trasparenza e correttezza, rispettando il contratto di acquisto e di investimento, ricevendo in cambio ostruzionismo, indifferenza e gravi danni alla produzione e all'azienda". Queste le parole di Giovanni Gatti, Presidente della Gatti Spa e proprietario della fonderia Livnica AD Niksic, rispondendo così alle forti accuse del Presidente del Sindacato della fonderia, Angelina Musikic, la quale ha depositato nei confronti della dirigenza italiana una denuncia penale. Un attacco che è stato definito dalla Gatti un assurdo tentativo volto a distogliere l'attenzione sull'evidente fallimento della strategia di sabotaggio contro la società italiana, per metterla definitivamente fuori mercato. Di fatti, in un periodo di forte crisi per il comparto siderurgico del Montenegro - che ha visto la disfatta delle operazioni di privatizzazione e la relativa nazionalizzazione delle società in una situazione di grande disagio sociale, come accaduto anche per la Kombinat Aluminjiuma Podgorica dei russi - la Livnica di Niksic poteva essere definita una delle poche operazioni di privatizzazione che avrebbe portato ad una ripresa economica del settore, grazie agli investimenti apportati e il collocamento della società in un mercato europeo.

Molti sono stati i tentativi della società Zeljezara di sottrarre spazio e proprietà alla Livnica, la quale si stava proiettando verso un aumento della produzione grazie ad ordinativi e commesse a livello internazionale. I continui controlli e gli investimenti profusi, nonché la stessa intercessione dell'Agenzia per la Privatizzazione del Montenegro, non sono bastati ad allontanare dalla fonderia di Niksic ogni spettro del fallimento. Così, dopo più di un anno di sciopero di una parte dei lavoratori, e le molteplici misure della società italiana presso le autorità giudiziarie, non si è giunti a nessun sviluppo della situazione, tale che la Gatti decide di citare la Zeljezara dinanzi alla Corte di Arbitrato internazionale di Parigi. Nel frattempo, lo scorso mese di aprile, su iniziativa del Ministro Branimir Gvozdenovic, è stata formata un gruppo di lavoro con il compito di proporre una soluzione ai problemi della Livnica AD Niksic, accettabile sia per i dipendenti che per la dirigenza Gatti, e riavviare la produzione della fonderia. Durante l'ultimo dei quattro incontri, tenutosi lo scorso 26 maggio, è stato avanzata una proposta di soluzione che prevede il riavvio della produzione della Livnica con gli operai che hanno dato la loro adesione a continuare il rapporto di lavoro nonchè i licenziamenti dei lavoratori in esubero a condizione che la società si faccia carico della liquidazione del TFR. Da parte sua, il Governo del Montenegro si impegna a stanziare, tramite il Fondo del Lavoro, i mezzi monetari aggiuntivi con cui pagare i dipendenti, e tramite la Direzione per lo sviluppo delle piccole e medie aziende, realizzare un programma per il reimpiego.

Tale proposta, secondo la dirigenza Gatti, giunge sicuramente con un eccessivo ritardo, non tenendo conto dell'attuale evoluzione degli eventi, che mettono sicuramente la società italiana nella condizione di non poter accettare alcun altro accordo o compromesso pregiudiziale rispetto agli interessi dell'azienda stessa. La Gatti dunque rifiuta la riattivazione della produzione prima del ristabilimento della legalità e della sicurezza all'interno dello stabilimento, nonché la stessa liquidazione dei lavoratori, ritenuta irripetibile a causa dei danni subiti. "Prima di riprendere qualsiasi attività deve essere ripristinata la legalità nella Livnica, mentre i dipendenti dovranno essere liquidati dalle stesse autorità governative, poichè è già stato stabilito (ndr. dall'Ispettorato del Lavoro e dalla Sentenza del Tribunale Commerciale di Podgorica) che coloro che hanno provocato dei danni alla Livnica saranno licenziati e con richiesta dei danni causati", afferma la dirigenza Gatti, all'interno di una lettera formale, con la quale risponde al rappresentante della squadra governativa, Dragan Kujovic. Con questa lettera ricorda gli innumerevoli tentativi di sabotaggio della produzione della fonderia, l'indifferenza delle autorità e i gravi danni subiti dalla struttura e agli impianti in seguito all'interruzione della produzione e lo sciopero dei lavoratori. "A partire dal 10 marzo 2008 c'è stato il blocco illegale della Livnica AD, con danni alla produzione, agli impianti, con sabotaggio e diffamazione dei dirigenti da parte di alcuni dipendenti sobillati dalla Zeljezara AD e - scrive ancora la Gatti - notiamo che dopo un anno e tre mesi vi ricordate della Livnica perchè è fallito ogni tentativo irresponsabile".

La Gatti ribadisce inoltre che il contratto sottoscritto con la Zeljezara, tramite il Governo del Montenegro, è stato rispettato in ogni sua parte, come confermato sia in sede giudiziaria, dal Tribunale Commerciale di Podgorica (in primo grado e in appello) sia dalla società di revisione esterna nominata, come stabilito dalla procedura contrattuale. In seguito all'acquisto della fonderia, la Gatti è divenuta proprietaria di quasi il 98% della Livnica, quota che dà alla dirigenza il pieno controllo della società. Ricorda infine che è attualmente in atto, presso la Corte Arbitrale Internazionale di Parigi, il progetto di arbitrato contro il Governo del Montenegro, come responsabile del mancato rispetto delle condizioni pattuite, nonchè dei danni subiti dalla società per la degenerazione e l'indifferenza delle autorità nei confronti del blocco illegale di alcuni operai, stimati intorno ai 5 milioni di dollari.
Molto probabilmente, è stata proprio questa secca e fredda replica della Gatti a provocare l'ira del Presidente del sindacato che, agendo anche in contrasto alle raccomandazioni dei giudici e del Governo del Montenegro, ha deciso di tentare un ultimo gesto estremo, nell'illusione di far guadagnare tempo a chi vuole appropriarsi della Livnica. Da parte della società Gatti, possiamo aggiungere, vi è comunque una grande serenità e ottimismo, forte della consapevolezza di aver agito nel rispetto delle regole e del buon senso, ma anche consapevole delle proprie capacità imprenditoriali, anche in un momento così difficile per il Montenegro o per l'economia italiana.

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22 giugno 2009

L'altra Srebrenica

La recente protesta degli ex veterani e invalidi di guerra contro la riduzione generale dei salari e delle pensioni del 10 per cento, ha dimostrato quanto instabile e precaria sia attualmente l'economia della Bosnia Erzegovina. La crisi finanziaria e le stesse dinamiche di integrazione e occidentalizzazione del sistema economico, hanno portato con sé molti effetti negativi che, inseriti in un contesto già instabile, hanno creato gravi distorsioni. Aumento della disoccupazione, del costo della vita, dell'inflazione e così anche della povertà, sono solo pochi dei problemi a cui stiamo assistendo.

In molti dei Paesi balcanici il sistema bancario sembra quasi impazzito, al completo sbaraglio, ormai specchio delle decisioni delle società madri, che impongono politiche commerciali spesso insostenibili per economie in via di sviluppo. La crisi finanziaria e le stesse dinamiche di integrazione e occidentalizzazione del sistema economico, hanno portato con sé molti effetti negativi che, inseriti in un contesto già instabile, hanno creato gravi distorsioni. Aumento della disoccupazione, del costo della vita, dell'inflazione e così anche della povertà, sono solo pochi dei problemi a cui stiamo assistendo. Ciò è dimostrato anche dalla recente protesta degli ex veterani e invalidi di guerra, trasformatasi in breve in tempo in scontri violenti, organizzata per manifestare contro la riduzione generale dei salari del 10%; decreto fortemente voluto dal Fondo Monetario Internazionale, come condizione per il trasferimento del credito stand-by di 1,2 miliardi di euro.

Nei fatti, la Bosnia Erzegovina è un caso tipico della regione balcanica che subisce oggi una situazione di emergenza, dove le banche hanno aumentato a dismisura i tassi di interesse, senza alcuna giustificazione e contravvenendo presso alle norme o le raccomandazioni dei Governi. L'aumento delle commissioni e la deliberata sottrazione di fondi dai conti correnti viene perpetrato alla luce del sole. Il tutto che si traduce in una diffusa impotenza dinanzi al malessere del popolazione e delle piccole imprese, che chiedono sempre più a gran voce un intervento decisivo. Solo un mese fa, i capi degli ispettorati della Federazione della BiH e della RS, hanno deciso di pianificare una serie di ispezioni e una campagna di controlli sulle banche in Bosnia Erzegovina più massiccia, per una durata di 30 giorni. Una misura ritenuta necessaria in quanto la maggior parte delle banche commerciali nel mercato ancora rifiutano di abbassare i loro tassi di interessi, dopo che sono stati elevati i livelli di allerta per gli interessi anti-usura. Inoltre, le stesse autorità locali hanno evidenziato che non vi è più uno scambio di lettere e di comunicazioni con le banche, e che le loro misure per l'armonizzazione delle aliquote rispetto alla legge sui diritti dei consumatori sono state inconcludenti. Come riportato dagli stessi quotidiani locali, al centro delle ispezioni per il credito al consumo sarà la Unicredit, Raiffeisen, Intesa Sanpaolo e Hypo Alpe-Adria. L'Ispettorato della Federazione di Bosnia ed Erzegovina e il Difensore civico per i diritti dei consumatori, visti i numerosi aumenti dei tassi di interesse ingiustificati e illegittimi, avevano persino chiesto delle sanzioni per tali inadempimenti nonché l'individuazione di una soluzione generale.

Nei fatti, tuttavia, non vi è stato alcun miglioramento della situazione. Dinanzi al pignoramento dei propri beni, al blocco dei conti correnti e alle ipoteche non esistono strutture adeguate per far fronte ai grandi gruppi bancari esteri o locali, anche perché i piccoli avvocati spesso non vogliono neanche crearsi nemici così forti e possibili "clienti". I partiti prendono le distanze da queste situazioni,e le persone hanno paura di denunciare gli abusi delle banche, non avendo dalla propria parte un ente di protezione dei consumatori. Dai politici sino ai magistrati, nessuno vuole mettersi contro le banche, che di giorno in giorno aumentano sempre più il loro potere mediatico, grazie alla sponsorizzazione della maggior parte dei media locali, tale che sono sempre di meno i quotidiani disposti ad accollarsi la responsabilità di descrivere i gravi crimini del sistema bancario. La stessa Comunità Internazionale non si è mai espressa pubblicamente su tale delicato argomento, anche se le ONG e i partiti hanno sempre dichiarato di battersi per la pace e lo sviluppo del Paese.

A conti fatti, l'unica attività di "implementazione della pace" è stata la partecipazione alle commemorazioni dei genocidi, le campagne per la proclamazione della "Giornata della Memoria", nonché pagine e pagine di rapporti che dimostrano la commissione di crimini efferati imputabili sempre agli stessi nomi. Nessuno si è mai esposto dinanzi ad un problema finanziario, che tuttavia mette in discussione la sostenibilità della vita nel Paese, considerando che la diffusione di una preoccupante crisi economica potrebbe perpetrare il più grande genocidio di tutti ti tempi. Questa volta non ci sono né armi né eserciti, ci sono le Banche, le multinazionali del gas e dell'acciaio, le privatizzazioni e i fallimenti, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. La grande sfida dell'Unione Europea è anche quella di rendere questo ecosistema economico una fonte di benessere, e non una usura perpetua, in nome del benessere della "classe europea di prima linea".

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