10 novembre 2009

Quel muro invisibile che continua a dividere Occidente ed Oriente



9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza

9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Un conflitto nato dall'esasperazione del bipolarismo e dello scontro tra due sistemi politici ed economici opposti ma entrambi inefficaci e corrotti, i cui strascichi hanno causato altri vent'anni di guerra e di instabilità mondiale. La caduta del grande muro, costruito in una sola notte, è stata senz'altro la vittoria del popolo tedesco, del popolo europeo e di coloro che credevano nella scomparsa delle barriere e di confini, ed ipocritamente non parlavano di "unione europea" ma di un'unica nazione libera da ideologie e divisioni. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. La caduta e il fallimento dell'URSS non ha soddisfatto il blocco atlantico, che ha voluto schiacciare e frantumare la Jugoslavia, bombardare la Serbia e dissolvere una delle ultime vestigia dei Paesi socialisti. La Serbia ha perso parte del suo territorio per dar vita ad un protettorato della NATO. Negli stessi anni ha avuto inizio la guerra nel Golfo, preparando così, dopo il finanziamento al terrorismo nei Balcani e nello stesso Afghanistan, la guerra ad Al Qaida, la strategia del terrore e la nuova società del controllo delle masse. La spesa militare resta ancora un cardine fondamentale della politica estera americana, preparando un'offensiva contro l'Iran e la costruzione di uno scudo anti-missilistico nel cuore dell'Europa. Non si può dire, dunque, che il sacrificio e la lezione del popolo tedesco sia stato capito realmente dalle potenze del mondo, che hanno abusato negli anni della loro posizione di dominio per fare della guerra uno strumento di "esportazione della democrazia capitalista", e così di quella ideologia occidentale che veniva considerata come vero vincitore.

Il cambiamento del sistema economico e politico è costato centinaia di vite, con cifre non molto distanti da quelle causate dalla costruzione del muro, in quanto tutti i Paesi dell'Europa Orientale sono crollati nel caos e nella povertà, perdendo tutto dall'oggi al domani. La colonizzazione capitalista è stata selvaggia e senza alcuna regolamentazione, dando così vita a speculazioni e svendite del patrimonio di ogni Stato a favore delle logiche delle lobbies che avevano armato le potenze occidentali. La Russia, come la Germania, dal canto suo ha imparato dai suoi errori e ha ammesso il fallimento per cambiare il suo sistema economico e orientarlo allo sfruttamento dell'energia, come valore di garanzia della ricchezza e della solvibilità dello Stato. Ironia della sorte, mentre Mosca si è rialzata, l'America è caduta con l'abbattimento delle Torri Gemelle, un evento altrettanto catastrofico e scioccante, che ha segnato a 10 anni dalla caduta del muro di Berlino, l'inizio del crollo del mito americano. Dal 2001 ad oggi abbia assistito, senza neanche accorgercene, al fallimento silenzioso di una potenza colossale, e allo stesso tempo al suo tentativo di rialzarsi recuperando gli antichi valori patriottici. Senza dubbio, quella realtà bipolare basato sulla paura della mutua distruzione nucleare ha cessato di esistere, ma un mondo unipolare ha dimostrato la sua inconsistenza, com scrivono i quotidiani russi. Oggi, dinanzi a noi cittadini del mondo, vi sono delle grandi sfide, perché alle generazioni future viene chiesta la reale evoluzione della società moderna, con un'economia sostenibile, nuove fonti di energia, equilibrio tra le forze politiche internazionali, fine del mondo sottosviluppato e fine delle guerre. Vista la nobiltà dei nuovi propositi e il fallimento dei tentativi precedenti, è stato affidato al mutuo dialogo tra i vari Stati l'onere di dare una soluzione politica equilibrata per i Paesi. Di tale dialogo si fa principale interprete l'Unione Europea che, ispirandosi ad ideali di solidarietà, vuole creare una organizzazione sovranazionale di Paesi omogenei tra di loro, con un'unica moneta e nessun confine dettato da barriere, leggi o restrizioni.

Un modello che ha avuto sostanzialmente successo nella parte occidentale, essendo costituita da Paesi economicamente forti e simili tra di loro. Cosa diversa è l'ampliamento verso Oriente, dove le differenza diventano sempre più evidenti, e pregiudicano la stessa armonizzazione tra i diversi Stati, i quali non vogliono rinunciare alle proprie caratteristiche alle proprie diversità. Nel frattempo, per nostra fortuna, è fallito il progetto politico-militare dello scudo-missilistico americano, che avrebbe creato le basi per un'ulteriore divisione interna dell'Europa e profonde spaccature nel dialogo con la Russia. Su di esso ha vinto la cooperazione UE-Mosca, volta a guidare i Paesi dell'Est verso un modello europeo, nell'interesse di entrambi i blocchi: dell'Europa per poter crescere, e della Russia per poter vendere energia e fare da ago della bilancia degli equilibri internazionali. Principale esponente di tale strategia è proprio l'Italia che, per bocca del Ministro Frattini, si unisce alla voce del Cremlino per dare un messaggio al mondo in questo anniversario così importante. La «casa comune europea» ed il «nuovo ordine mondiale», restano due concetti nati dopo il muro di Berlino e ancora incompiuti, per dare così spazio "al rilancio politico del rapporto tra la Nato e la Russia sulla base di una partnership reale e tenendo conto degli interessi di sicurezza reciproca. In secondo luogo, la definizione, nel quadro del negoziato in corso, di un nuovo accordo tra Unione Europea e Russia, per dar luogo a un partenariato strategico non solo economico, ma anche politico. Infine, la creazione di una nuova architettura di sicurezza europea". Queste le parole del Ministro Franco Frattini e di Sergei Lavrov nel loro articolo che fa il giro del mondo e ricorda al mondo che non esiste un "ordine mondiale" così come lo ha pensato l'America e le organizzazione mondiali da essa monopolizzate, ma solo una giusta cooperazione tra i Paesi che non utilizzi un braccio armato come quello della NATO per la risoluzione delle controversie.

Un primo evidente risultato di tale strategia è sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia, erede della storia recente e lontana della Jugoslavia, e ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi a entrare in Europa e a partecipare alla pianificazione del nuovo piano per la sicurezza europea, oltre che alla strutturazione delle strade dell'energia. I Balcani hanno così riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, accanto al Caucaso e alla stessa Turchia, nuovo astro ascendente, e spesso sottovalutato, del Mediterraneo. In tal senso va vista la riapertura delle trattative di adesione euro-atlantica per Ankara, l'attenzione degli Stati Uniti per la normalizzazione della Bosnia e le pressioni per una retrocessione della Russia nel Caucaso con la proposta di adesione alla NATO per la Georgia e dell'Ucraina. La situazione diventa ancora più complessa se si aggiungono le dinamiche che hanno coinvolto Iran, Iraq e Medioriente, sino alla lontana Cina. Ciò non significa che i Paesi, da quel 9 novembre del 1989, non abbiano fatto progressi nella ricerca della pace e della stabilità, abbattendo le catene delle dittature e delle ideologie. Tuttavia, non si può neanche affermare che la Guerra Fredda sia finita proprio con la caduta del muro, e con essa le divisioni tra Oriente ed Occidente. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza e dunque dell'ampliamento per far fronte la crisi, vedi caso Islanda. Se non si supera la vecchia concezione che l'Occidente è la parte sana e forte in cui l'Est deve entrare per salvarsi, rifaremo lo stesso errore commesso negli anni '90 con i Balcani, ossia quello di non voler comprendere, assorbire ed integrare le loro differenze (e non il contrario). Un domani vi saranno muri invisibili a dividere l'Europa occidentale e quella orientale, se non saranno ristudiate le politiche dello sviluppo dei Paesi e della valorizzazione delle risorse locali, affinché l'immigrazione non sia più una soluzione per fuggire dal proprio malessere, e il caso Romania ha molto da insegnare.

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30 ottobre 2009

I Balcani restano un corridoio della criminalità transnazionale

Il rapporto Europol 2009 sul crimine organizzato parla dell`Albania come un Paese su cui transitano e nascono le più grandi organizzazioni criminali del Mediterraneo. I trafficanti albanesi controllano tutto il traffico della droga nella zona dell'Europa Sud-Orientale, sfidando anche le organizzazioni mafiose italiane. Però l'Albania resta un mero intermediario, e fin quando ci sarà richiesta e collusione nell'Europa occidentale ricca, il traffico non cesserà.

L'ultima relazione sulla minaccia della criminalità organizzata in Europa, l'organizzazione della polizia europea EUROPOL, mette Croazia e Albania al centro della struttura criminale dell'Europa sud-orientale. Secondo i dati analitici dell'EUROPOL, in Europa esistono 5 sedi di questo tipo: "Nord-ovest" (Olanda e Belgio); "Sud-ovest" (penisola Iberica), "Nord-orientale" (i confini orientali dell'Europa), "Sud" (Italia) e "sud-orientale" dove operano i gruppi criminali di Ucraina e Moldavia, Balcani occidentali e Turchia. La "Rotta dei Balcani" viene ancora usata per il contrabbando dal Mar Nero, dalla Romania e dal Mediterraneo, fino ai porti in Slovenia, Croazia e Montenegro, riporta la relazione. Questi porti, sono usati per il passaggio di immigrati clandestini, per la tratta di essere umani, di droghe, sigarette e armi. L'eroina, la droga più venduta, prima di passare sulla "Rotta dei Balcani" per essere distribuita in Europa, viene consegnata ai gruppi criminali olandesi, mentre, a livello regionale, cade nella zona d'influenza dei gruppi criminali albanesi. Il contrabbando delle sigarette parte dall'Ucraina e dalla Moldavia. Le sigarette prodotte legalmente nelle fabbriche regionali vengono indirizzate verso il mercato nero. "La liberalizzazione del mercato, la posizione geografica dei Balcani e la presenza dei gruppi criminali organizzati, contribuiscono alle attività criminali", spiega la relazione EUROPOL.

In particolare, il rapporto per il 2009 dell'Europol sul crimine organizzato, considera l`Albania come un Paese fonte delle organizzazioni criminali. Per di più il rapporto sottolinea che il traffico della cocaina è in crescita, e il mercato diretto verso i Paesi UE passa proprio attraverso l`Albania. La polizia europea, nel suo rapporto, cita anche i gruppi etnici albanesi come i principali collusi in questi traffici. Il rapporto va anche oltre, affermando che i trafficanti albanesi controllano tutto il traffico della droga nella zona dell'Europa Sud-Orientale, sfidando anche le organizzazioni criminali europee, ad esempio quelle italiane, che finora erano anche le più organizzate. Così, mentre da parte delle autorità delle forze blu albanesi affermano che il traffico di narcotici proveniente dall'Albania è al suo minimo storico, il rapporto Europol presenta tutt'altri dati. Come se non bastassero i rimproveri del rapporto della Commissione Europea, ci si mette anche l`Europol a mettere un grande punto interrogativo sull'affidabilità dello Stato albanese nella guerra contro il crimine organizzato, inserito tra i punti base per l`integrazione nell'Unione Europea. Inoltre, il documento afferma che i legami tra l`Albania e l`Italia sul traffico di esseri umani rimangono ancora molto forti.

L`Albania, per l`Europol, non solo non ha ridotto il traffico dei narcotici, ma il Paese è diventato una centrale per il trasporto e la distribuzione della droga, principalmente eroina, in tutti i Paesi dell'Unione Europea. “La distribuzione regionale sull'Europa Sud-Orientale sembra essere ancora nelle mani dei gruppi etnici albanesi, e l`Albania serve come centro accumulatore per il trasporto e la distribuzione dell'eroina in UE", viene citato dal rapporto elaborato da Europol. “I gruppi turchi stanno usando la Romania e la Bulgaria come punti d`ingresso dell`eroina verso l`UE e stanno collaborando con gruppi albanesi e serbi, che spesso trasportano attraverso l'Albania la parte che andrà distribuita. Così da Albania e Kosovo, la rotta continua in Austria e di conclude nell'Europa Occidentale", viene citato sul rapporto. Oltre al traffico di eroina, secondo questo rapporto, anche quello di cocaina è cresciuto sensibilmente attraverso la Turchia e i Paesi dei Balcani. Ciò è avvenuto grazie al rafforzamento dei gruppi di distribuzione turchi e albanesi. Il rapporto dà rilevanza anche al ruolo del porto di Costanza nell'aumento del traffico della cocaina, la quale proviene sempre più da Turchia e i Balcani, anche se esso potrebbe essere aumentato in seguito all`effetto del suo rafforzamento nell'Africa del Nord, come zona di transito. L`asse del traffico dei narcotici si focalizza attorno all'Italia, dove i gruppi italiani continuano ad essere attivi, ma su certi fronti vengono affrontati dai gruppi albanesi, colombiani, turchi, tale che per questa ragione sono obbligati a collaborare. “L`asse criminale si trova attorno alla posizione geografica dell`Italia, come una delle porte privilegiate verso l`UE, e al ruolo centrale dei gruppi italiani del crimine organizzato, con contatti in molti paesi e regioni del mondo. Tutti i gruppi principali del crimine sono nuovamente attivi sul traffico della droga, anche se in certi casi, essi sono sfidati da quelli emergenti, e per questo motivo sono obbligati a collaborare con albanesi, colombiani, turchi e criminali africani", conclude il rapporto Europol per il 2009.

Così l`Albania per la prima volta viene considerata come porta e centro per il trasporto dell'eroina, mentre la regione dei Balcani come zona d`origine e transito per il riciclaggio di denaro e traffico d`armi. In generale, Tirana viene ritenuta responsabile non solo come Paese, ma anche per la sua diaspora, un deja-vu per la vicina Italia, con cui condivide posizione geografica e storia di emigrazione. Intanto ne dovranno passare ancora di anni per vedere ammanettato qualche "Al Capone", perché i tempi non sono ancora maturi, per il semplice fatto che l`Albania è solo un paese di transito e poi produttore di cannabis. Si tratta perciò di questioni di base economico-politiche di domanda e offerta, e di conseguenza il traffico non cesserà fin quando ci sarà la domanda da parte dei Paesi UE. Le droghe come eroina e cocaina, sono definite come parte essenziale per l`alimentazione di una società debole di principi e fondamenti. Perciò l`Italia di una volta e i Balcani di oggi sono più sane su questo aspetto, e l`Albania è addirittura al primo posto per smercio, ma non per consumo. Si tratta di conseguenza della solita domanda retorica quella dell`Europol: vi facciamo entrare se fermate il traffico! Teniamo conto inoltre che la stessa UE si fonda in piena Guerra fredda, periodo in cui si vennero a creare le zone cuscinetto, come i Balcani.

In effetti, il traffico di droga nel Mediterraneo non si è mai fermato, proprio perchè esiste una forte domanda da parte dell'Europa Occidentale. Solo la scorsa settimana, l'operazione internazionale "Guerriero balcanico" sono state sequestrate oltre alle due tonnellate di cocaina sequestrate, con il coinvolgimento della mafia balcanica e transnazionale. Alle indagini sul contrabbando di circa tre tonnellate di cocaina scoperto dai servizi segreti serbi (BIA) e dall'Agenzia americana per la lotta contro la droga (DEA), si unirà anche il Montenegro. Podgorica, ufficialmente, potrebbe contribuire alla cattura degli organizzatori e dei partecipanti a tale rete criminale, anche perchè, nonostante siano poche le attività penali sul territorio della ex Jugoslavia che vedono il coinvolgimento dei cittadini montenegrini, essi sono comunque protagonisti nella costellazione della mafia balcanica. Questo è quanto dimostrato dagli ultimi casi di contrabbando di cocaina dal Sud America e degli omicidi in Serbia e Croazia. Citando fonti vicine alle indagini, i media nella regione hanno reso noto che l'acquirente di cocaina è un cittadino montenegrino, e che una parte della spedizione dal Sud America doveva entrare attraverso il porto di Bar. "Ciononostante le autorità montenegrine hanno taciuto, perché i cartelli della droga sono molto potenti", ha detto il Presidente del Consiglio nazionale per l'integrazione europea, Nebojsa Medojevic, aggiungendo che il Paese diventa un centro di criminalità logistica. "La mafia locale è diventata una minaccia per la sicurezza e la stabilità d'Europa e dei Balcani, ma anche una minaccia per lo Stato del Montenegro. Spesso questo tipo di azioni internazionali richiedono azioni concrete, come avviene anche nei confini nazionali, per arrestare i 'pesci grossi'. Essi forniscono i dati necessari operativi di intelligence alle basi del Montenegro; tuttavia non vi è stata nessuna azione da parte della polizia del Montenegro, nessuna condanna e nessun 'pesce grande' è in prigione", afferma Medojevic. La Commissione europea afferma che in Montenegro vi è un basso livello di sentenze passate in giudicato del tribunale per la criminalità organizzata e la corruzione. D'altro canto, precisa Medojevic, la Serbia e la Croazia cercano nel Montenegro una "pattumiera" affidabile per occultare le persone coinvolte nei crimini più gravi.

La tesi del leader dell'opposizione, è in parte confermata dalla struttura stessa dei traffici transnazionali di droga. Di fatti, l'operazione in Uruguay, ha consentito di espugnare la roccaforte dei boss della droga in America Latina, che nelle loro mani tengono le redini di una rete di contrabbando di cocaina verso l'Europa, ma anche ad una serie di omicidi, sequestri, estorsioni, riciclaggio di denaro sporco. I sistemi del contrabbando di cocaina dall'America Latina verso l'Europa sembrano essere piuttosto semplici, ma la creazione di tali contatti è finora riuscita solo ad alcuni dei leader più esperti. Ciascuno di loro ha il suo uomo in America Latina, con cui ha negoziato l'acquisto di cocaina, mentre la rete di trasferimento della droga fino all'Europa passa anche attraverso il vecchio percorso marittimo di Rotterdam, per essere poi smerciata nei paesi dell'Europa occidentale, mentre solo una piccola parte giunge in Serbia. Quantità più grandi di cocaina, che entrano in Serbia, attraversano il porto di Bar e un importo inferiore all'aeroporto di Belgrado, grazie a corrieri che portano dalle loro vacanze in Venezuela modeste quantità di droga con valigie con un doppio fondo.

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21 ottobre 2009

Accordo Italia-Turchia- Russia su oleodotto Samsun-Ceyhan



Il Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha siglato a Milano, congiuntamente al Ministro dell'Energia della Repubblica Turca Taner Yildiz, al vicepremier russo Igor Ivanovich Sechin, al Ministro dell'Energia russo Sergei Shmatk, una dichiarazione congiunta per la realizzazione dell'oleodotto Samsun-Ceyhan, che collegherà la costa turca del mar Nero con quella turca del Mediterraneo permettendo così di "bypassare" lo stretto del Bosforo e dei Dardanelli. Grazie al nuovo oleodotto, infatti, si garantirà una maggiore sicurezza nella navigazione, con un ulteriore contributo alla protezione dell' ambiente in un ecosistema complesso e delicato. "La dichiarazione - ha affermato il Ministro Scajola - conferma la valenza strategica del progetto come rapido strumento per lo sviluppo del Corridoio Sud di approvvigionamento di gas dall' area del Mar Caspio verso l' Europa attraverso la Turchia. L'accordo trilaterale è importantissimo perche' migliora la rete di trasporto di petrolio. Mi auguro che le trattative in corso possano portare il 16 dicembre, in occasione del vertice intergovernativo Italia-Turchia alla definizione degli ultimi accordi operativi". “Il pianeta ha bisogno di energia - ha spiegato Scajola - ogni infrastruttura energetica che va contro i cambiamenti climatici e' benvenuta. Questo oleodotto e' importante perchè evita il sovraffollamento di navi petroliere nel bosforo e nei dardanelli''. Scajola ha definito l' accordo trilaterale '' importantissimo, perche' migliora la rete di trasporto di petrolio''.


A seguito degli accordi di Ankara del 6 agosto scorso, insieme alla dichiarazione congiunta è stato firmato un protocollo d' intesa tra i rappresentanti di Eni, Calik Holding, Jsc Transneft e Rosneft (le compagnie energetiche coinvolte). Il protocollo prevede l'impegno a trattare, per definire le condizioni economiche e contrattuali, per l'ingresso delle imprese russe nel Samsun-Ceyhan, così da assicurare i volumi di greggio necessari a garantire la sostenibilità economica del progetto. E’ stato assunto inoltre l'impegno per l'accelerazione dei lavori sul progetto Itgi, l'interconnessione tra Turchia, Grecia e Italia per il trasporto del gas. Il progetto Turchia-Grecia-Italia si articola in tre sezioni:
-la rete nazionale dei gasdotti turca, che sarà potenziata al fine di consentire il transito dei volumi destinati ai mercati greco e italiano;
-l'interconnessione Turchia-Grecia (ITG), operativa gia' dal novembre 2007, e comprenderà inoltre una bretella tra la Grecia e la Bulgaria (IGB - Interconnector Greece-Bulgary) con una capacità di trasporto dai 3 ai 5 miliardi di metri cubi di gas all' anno;
-il gasdotto Grecia-Italia (IGI), che sarà lungo circa 800 chilometri, di cui circa 600 saranno realizzati in territorio greco e circa 200 nel tratto marino tra la costa greca e quella pugliese. L' Unione Europea ha riconosciuto la rilevanza strategica di ITGI come Progetto d' Interesse Europeo inserendolo nei progetti per lo sviluppo del Corridoio Sud dell' European Recovery Plan con una proposta di finanziamento di 100 milioni di Euro. Insieme al condotto Itgi, dal 2015 verrà realizzato il condotto Galsi, il nuovo gasdotto che collegherà l' Algeria alla Toscana via Sardegna.

Nella giornata di ieri, il Ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha partecipato anche all’inaugurazione del rigassificatore di Porto Levante, in provincia di Rovigo. “Con l’avvio operativo del rigassificatore di Rovigo – ha affermato il Ministro Scajola - l’Italia è più sicura e più forte dal punto di vista energetico: il gas naturale liquido (GNL) sarà importato per l’80% dal Qatar e l’impianto coprirà circa il 10% del fabbisogno nazionale di gas. Affrontiamo, perciò, il prossimo inverno con maggiore tranquillità: le “guerre del gas” tra Russia e Ucraina che lo scorso inverno, come nell’inverno 2006, hanno interrotto gli approvvigionamenti di gas dall’Est, ci fanno meno paura. Questa iniziativa, inoltre, rafforza i nostri legami economici con il Qatar”. Il rigassificatore di Rovigo, come spiegato dal Ministro, è stato realizzato da Edison (10%), ExxonMobil (45%) e Qatar Petroleum (45%), ed è anche un gioiello dell’ingegneria: è la prima struttura offshore al mondo, realizzata in cemento armato a 28,5 metri di profondità marina e 15 km dalla costa a largo di Porto Levante (Rovigo): la capacità di rigassificazione è di 8 miliardi di metri cubi all’anno. Il progetto, il cui costo è stato di € 2,5 miliardi, è incluso nella lista delle opere strategiche per la modernizzazione e lo sviluppo del Paese. Il terminale, che sarà operativo al 100% entro la fine del 2009 (al 40% da settembre 2009) impiega nel complesso 100 persone .
L'Italia ha un'emergenza energetica e deve recuperare il tempo che ha perduto: per fare questo, è indispensabile il rigassificatore di Zaule, vicino a Trieste. C' e' un altro impianto pronto a partire a Priolo, in Sicilia, che diventerà un altro rigassificatore importante, anche se non come questo. Ci sono priorità richieste – ha concluso il Ministro - che stiamo valutando perche' mi pare evidente che, se non vogliamo squilibrarci da una parte o dall' altra e vogliamo mantenere un mix energetico equilibrato, dobbiamo valutare i diversi pesi”.

L'amicizia della Russia rilancia la Serbia

Con la visita a Belgrado del Presidente Dmitri Medvedev è stato confermato il progetto di inserire Belgrado all'interno di una lobby che contribuisca al nuovo progetto di sicurezza europea, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Dalla grande amicizia serbo-russa, nasce così una Serbia più forte, che rivestirà un nuovo ruolo all'interno della regione sia dal punto di vista energetico che politico.

La preparazione della visita del Presidente Dmitri Medvedev a Belgrado ha dimostrato che la perfetta cooperazione tra le forze russe e serbe ha fatto in modo che tutta la cerimonia si svolgesse senza alcun incidente. Durante il faccia-a-faccia a porte chiuse con il Presidente Tadic, i colloqui bilaterali hanno spaziato dal credito russo di un miliardo di dollari all'accordo del gas, sino alla nuova architettura della sicurezza europea, in cui la Serbia avrà un ruolo importante. Dai circoli diplomatici è stato confermato che l'idea del Presidente Medvedev è di inserire Belgrado all'interno di una lobby che scriva un nuovo concetto di sicurezza, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Su questa idea la Serbia è pronta a discuterne, ma bisogna fare accordi un po' con tutti. Un altro punto nevralgico è stato il credito di un miliardo di dollari che la Russia dovrà dare alla Serbia, a condizioni più agevolate rispetto a quelle pattuite con il FMI. In questa prima fase delle trattative è stato stabilito che 200 milioni di dollari andranno al budget di Stato, e altri 800 milioni di euro saranno spesi in investimenti per le infrastrutture stradali, energetiche e ferroviarie della Serbia. Come annunciato, i Presidenti Tadic e Medvedev hanno raggiunto un accordo anche per la fornitura di gas con un miglior regime, dando un ruolo strategico all'interno della regione alle aziende produttrici della Serbia. A tal fine, il direttore di Gazprom, Aleksei Miller, è rimasto a Belgrado dove, insieme con il direttore di Srbijagas, Dusan Bajatovic, hanno stilato una lista delle aziende di importanza strategica con cui pattuire prezzi migliori per le forniture per il prossimo periodo invernale.

Finalizzato accordo strategico Srbijagas-Gazprom
I rappresentanti di Srbijagas e Gazprom hanno firmato l'allegato del protocollo di costruzione del gasdotto South Stream e l'accordo per la costituzione della joint-venture partecipata dai russi sino ad un massimo del 51% e dai serbi per il 49%, con il diritto per Srbijagas ad acquistare le azioni di Gazprom e non viceversa, la quale realizzerà il deposito di stoccaggio sotterraneo di Banatski Dvor. Il Banatski dvor conterrà minimo 800 milioni di metri cubi di gas, con un contratto di fornitura di 25 anni. Gazprom investirà in tale progetto 25 milioni di euro, come dichiarato da Aleksei Miller, mentre non sono note le cifre che riguardano invece il gasdotto.

Lo studio di fattibilità del tratto serbo del gasdotto South Stream sarà completato entro la fine del 2010, e l'importo degli investimenti sarà determinata una volta terminato lo studio. Il CEO di Gazprom ha inoltre aggiunto che lo studio della sezione che passa sui fondali del Mar Nero e attraversa i territori dei Paesi di transito, è in corso di valutazione. Miller ha detto inoltre che Gazprom e la società pubblica serba Srbijagas hanno firmato martedì un protocollo che istituisce una joint venture responsabile della supervisione della parte serba del progetto South Stream. La joint venture sarà registrata entro 30 giorni, ha detto Miller, sottolineando che "il South Stream è un progetto di grande importanza strategica per la sicurezza energetica dell'Europa" e che "sarà attuato prima della fine 2015".

La sottoscrizione degli accordi bilaterali, non è stato il solo momento di incontro, in quanto la giornata è stata ricca di eventi, come gli omaggi al monumento alla liberazione della Serbia dal regime fascista, sino alla visita alle alte cariche della Chiesa serbo-ortodossa. Durante il pranzo, erano presenti anche vari imprenditori e i proprietari delle più grandi compagnie serbe, come Miroslav Miskovic della Delta, Zoran Drakulic di Ist point, del direttore di Hemofarm, Miodrag Babic, e del direttore di Sintelon Nikola Pavicic. L'atmosfera in cui si è discusso è stata positiva e rilassata, con sorrisi a parole di stima, in un ambiente molto informale. "Tra di noi ci capiamo molto bene, anche senza il traduttore" , ha dichiarato il Presidente Medvedev, accennando alla forte e storica vicinanza tra i due popoli. Anche per il vino serbo sembra sia piaciuto al Presidente Medvedev (Chardonet-Radovanovic e Aurelius –Kovacevic) dimostrando che la produzione dei vini serbi potrà avere ampio mercato in Russia.

Nel pomeriggio Medvedev è stato accolto all'interno del Parlamento serbo, come primo capo di Stato estero ad entrare ed intervenire nell'Assemblea nazionale della Serbia. Cosciente dell'onore che Belgrado ha voluto riconoscergli, Medvedev ha ricambiato con un discorso dalle parole incisive e significative. Egli ha infatti sottolineato che il ruolo della Serbia è molto importante, non ritenendo importante che "tutti i Paesi europei entrino nella NATO”, quanto più “progettare un nuovo quadro della sicurezza europea”. "Voi coraggiosamente avete combattuto contro il fascismo. Gli altri paesi hanno deciso di collaborare con il regime tedesco, e per questo hanno avuto una responsabilità. Questo deve essere conservato nella memoria, a monito di coloro che hanno intenzione di cambiare la storia per i propri vantaggi - afferma il Presidente russo, aggiungendo - gli insegnamenti della storia ci servono per imparare e non fare gli stessi errori, a non distruggere nulla ma a combattere contro i pericoli che sorgono dinanzi a tutto il continente europeo. Così - prosegue - è nostro dovere creare un nuovo sistema di sicurezza europeo, che deve essere indipendente dall'economia. Noi offriamo nuovi obblighi sulla base di principi internazionali, che dobbiamo decidere noi. Il nostro compito è ci occuparci delle questioni di sicurezza, e non dei danni che possiamo infliggere ad altri. Questa è la lezione della Seconda Guerra Mondiale, ma anche di tutti i brutti eventi degli anni novanta, come la crisi balcanica e l'aggressione del Caucaso”.

Il Presidente russo Medvedev si è però categoricamente rifiutato di tracciare un parallelo tra le vicende dei Balcani e quelle del Caucaso, ma da esse trae uno spunto per ribadire che tali tragici eventi hanno evidenziato l'inefficacia del sistema attuale della sicurezza europea e la necessità di una sua modernizzazione. "La preparazione e la firma del trattato di sicurezza europea avrebbe segnato l'inizio della formazione di un unico sicurezza nell'area euro-atlantica, fornendo garanzie di affidabilità, in maniera uguale e paritetica per tutti gli Stati, a prescindere dall'appartenenza ad un determinato schieramento politico ", precisa dinanzi al Parlamento serbo. Le autorità serbe - continua - sanno quanto sia importante creare nel futuro un trattato "con norme precise per la prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti". Nel suo discorso accenna anche alla possibilità che russi e serbi costruiscano una base vicino Nis per far fronte a situazioni straordinarie, dalla quale i servizi serbi e russi aiuteranno tutti i Paesi della regione sottoposti al rischio di incendi e catastrofi naturali. Un progetto questo che risuona come una risposta alla base americana Camp-Bondsteel in Kosovo. Occorre inoltre ricordare che quell'accordo di cui parla il Presidente, include una collaborazione tra serbi e russi ratificata dal Ministro degli interni Ivica Dacic e dal Ministro per le situazioni straordinarie russo, includendo assistenza umanitaria, alle avarie tecnologiche e le loro cause.

Dal punto di vista politico, tuttavia, l'accordo che sembra essere più importante attualmente, è quello energetico, visto l'interesse russo di ottenere una corsia preferenziale nel controllo dei gasdotti della regione dei Balcani attraverso la Serbia. A quel punto lo stato serbo diventerà un centro energetico regionale a cui la Russia si appoggerà in futuro. Con l'accordo per l'acquisto di NIS e la costruzione del South Stream e del deposito di Banatski Dvor, la Serbia ottiene tutte le condizioni per diventare un punto d'incontro dei vari gasdotti che passano negli altri paesi, un crocevia energetico e parte fondamentale della zona d'influenza russa. Un ruolo importante non soltanto energetico, ma nello stesso momento anche politico, soprattutto in riferimento al piano di Medvedev di riscrivere la sicurezza europea. La Serbia potrà anche diventare un ponte tra l'UE e la Russia con il suo ingresso in Europa. D'altronde, come affermato dallo stesso Tadic, la Serbia nell'UE potrà portare solo vantaggi alla Russia. "Nella UE, la Serbia sarà il miglior amico di Mosca".

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17 ottobre 2009

OHR e Russia si dividono sul Dayton 2


Le parole di Olli Rehn sulla Bosnia, affermando che non esiste adesione europea con l'OHR ancora che funziona, sembrano abbiano colto nel pieno nocciolo della questione bosniaca. Tutto inizia e si risolve con la decisione sulla chiusura dell'Ufficio degli Alti Rappresentanti della Comunità Internazionale e sulla definizione delle condizioni e dei tempi per farlo. Nei fatti si pensava che il 5+2 fosse esaustivo, ma la richiesta delle modifiche costituzionali da parte dei diplomatici statunitensi ha riaperto il dialogo. Per l'UE la riforma della Costituzione può avvenire anche dopo la chiusura dell'OHR ma senz'altro prima dell'adesione, e della stessa opinione è anche la Russia. L'OHR e gli americani premono invece sempre più su una nuova Costituzione, chiedendo addirittura un Dayton 2. Ecco come OHR e Russia si sono divisi su questo tema.


L'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia-Erzegovina (BiH), Valentin Inzko, ritiene che sia giunto il momento di ulteriori passi avanti sull'accordo di Dayton. "Il Dayton è certamente la migliore Costituzione che poteva essere scritta in un aeroporto e in tre settimane. Si tratta in primo luogo di un accordo che mette fine alla guerra e alle sofferenze della popolazione. Ma questo era 14 anni fa. Ora è i tempi sono maturi per ulteriori iniziative. Spero che i politici bosniaci siano consapevoli di questo - ha detto Inzko, aggiungendo - stiamo lavorando per trasformare l'Ufficio dell'Alto Rappresentante in Ufficio di un inviato dell'UE. L'obiettivo è quello di passare dal Dayton alla direzione di Bruxelles, e di sostituire la logica di quell'accordo con quella dell'Unione Europea", ha detto Inzko. A suo parere, tale trasformazione sarà seguita dal ritiro delle forze di pace internazionali, e solo dopo tre o sei mesi dalla chiusura dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante. Inzko ha sottolineato che la presenza delle forze della UE, "EUFOR", è qualcosa che la gente vuole, come garanzia per la pace, e un miglior clima politico. Secondo le stime degli esperti, la situazione della sicurezza in Bosnia-Erzegovina è stabile già da anni e non c'è pericolo di un nuovo conflitto armato, tale da rendere la presenza delle truppe internazionali ancora più necessaria. Tale allarme è stato infatti smentito. Inzko ha anche detto che negli ultimi anni si è assistito ad una crisi politica che questa settimana ha confuso. "I negoziati sulla nuova Costituzione sono molto importanti. Rispetto a 1996 la situazione oggi sembra molto migliorata. Prima vi erano de facto tre eserciti, e non si poteva neanche immaginare di creare un Ministero della difesa comune. Tuttavia, il progresso in campo politico è stato troppo lento. Troppo poche cose accadono per i cittadini di questo Paese. La BiH ha una grande ricchezza di risorse naturali e di capitale umano. Il fatto che questo tesoro non viene usato mi fa male", ha detto il diplomatico austriaco.

Le opinioni di Inzko sono solo in parte condivise dalla Russia, la quale, in qualità di garante degli Accordi di Dayton, sostiene la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina e in conformità allo sviluppo delle relazioni tra Mosca e Sarajevo. Per la Russia, la Bosnia non è né un problema aperto, né "uno Stato in ritardo rispetto alla regione", come affermato in un'intervista per Dnevi Avaz dal nuovo Ambasciatore russo in BIH, Alexander Botsan Kharchenko, ex membro della squadra russa che ha preso parte ai negoziati di Dayton, e quelli del Kosovo, nonchè rappresentante della Russia al Consiglio per l'attuazione della pace (PIC). In riferimento alla situazione attuale in Bosnia, Kharchenko ha detto che attualmente non vi è alcuna possibilità di cambiare le posizioni chiavi del Dayton, ritenendo più necessario l'impegno per il rafforzamento della fiducia all'interno della Bosnia. Allo stesso modo, precisa la riunione di Butmir è stata un'iniziativa degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, "volta ad accelerare la convergenza dello Stato alle istituzioni euro-atlantiche, e dato che la Russia non è parte di tali istituzioni, essa non è direttamente coinvolta nella realizzazione dell'iniziativa, ma monitora con attenzione ciò che sta accadendo".

Per quanto riguarda l'UE, e la possibile adesione della Bosnia Erzegovina nell'Unione europea, l'Ambasciatore russo non ritiene che essa sarà un ostacolo allo sviluppo delle relazioni tra la Bosnia-Erzegovina e la Russia, mentre diversa è la storia per la NATO. "L'atteggiamento di base della Russia nei confronti dell'adesione alla NATO e la sua espansione, è che esse sono un contributo alla stabilizzazione e al miglioramento della situazione della sicurezza. Noi crediamo che gli Stati Uniti e l'Unione europea devono concentrarsi sull'accordo relativo all'Alleanza europeo-atlantico, che è stato avviato dal nostro Presidente e invitiamo tutti a costruire tale progetto, compresa Sarajevo". Kharchenko ha spiegato che l'UE ha lanciato un'iniziativa ferrea per la transizione dell'OHR in Ufficio del Rappresentante speciale dell'Unione europea (EUSR), ma che in seguito, ha cambiato il proprio atteggiamento a causa del diverso pensiero del suo 'partner occidentale', ritardando così l'attuazione dell'iniziativa. "La politica della Russia si basa sulle decisioni del PIC, le uniche che possono cambiare la situazione - avverte Kharchenko - ora il Paese è visibilmente cambiato e ci sono le condizioni per la chiusura dell'OHR. L'OHR era un meccanismo accettabile ed efficace in un periodo post-bellico, ma ora diventato un ostacolo alla conversazione, in particolare lo sono i poteri di Bonn del rappresentante. Se vi è la necessità, loro sono sempre nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU pronti a sostenere un soggiorno, ma è il momento di ridurre la presenza internazionale in generale, sostiene Kharchenko. Ciò non significa che la comunità internazionale deve lasciare la Bosnia, ma che occorre attuare dei meccanismi di cambiamento".

Infine, esponendosi sui rapporti tra Russia e Republika Srpska, Kharchenko afferma che la Russia sostiene l'integrità territoriale e l'unità della Bosnia-Erzegovina, e non è favorevole alla secessione della RS. "Gli interessi di Banja Luka sono di mantenere il Dayton come una base legale che garantisce un equilibrio tra i popoli all'interno dello Stato. Non ho sentito dai politici chiedere la secessione della RS. Il Primo Ministro, Milorad Dodik, ha dichiarato pubblicamente che egli si preoccupa della RS, e che la Bosnia-Erzegovina non piace se deve essere una prigione. Secondo Dodik, il Dayton deve preservare l'entità e non lo Stato", spiega Kharchenko. L'ambasciatore russo così esclude categoricamente che debba essere costruito il Dayton 2, e che molti abusano di questa parola, dimenticando che esso è stato solo un meccanismo per negoziare la pace. "I problemi di oggi in Bosnia sono diversi e li devono risolvere le istituzioni dello stato, con il coinvolgimento dei leader del Governo e dei partiti di opposizione, nonchè delle istituzioni delle entità. Non esiste un rischio di conflitto. La garanzia della stabilità sono gli accordi di Dayton e la volontà del popolo della Bosnia-Erzegovina", conclude Kharchenko.

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13 ottobre 2009

La fragile alleanza tra UE e NATO

Il continuo rinvio dei colloqui della troika Usa-UE con i leader della Bosnia dimostra che esiste una sorta di parallelismo con la crisi insorgente all'interno della NATO. In realtà non esiste, infatti, un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse. La stessa esclusione della Russia ha dimostrato che le trattative sono come cadute in un'inutile retorica.

Sino alle ultime battute, i temi trattati nel corso della riunione della troika USA-UE a Butmir sono stati celati da un velo di silenzio. Nei fatti, non vi era nulla da nascondere perchè non esisteva un vero piano di azione, nemmeno da considerarsi come segreto. Quello che è venuto fuori da Butmir, più che altro, rivela il vero motivo di questa riunione decisa così in fretta, ossia quello di identificare le posizioni strategiche che NATO e Unione Europea devono acquisire nei Balcani, che si contrappongono alla Russia e al suo piano energetico. E’ interessante, a questo proposito, notare come sia stata scelta la stessa data in cui il Presidente russo Dimitri Medvedev sarà in Serbia per ratificare la pianificazione strategica tra Belgrado e Mosca. Resta solo da vedere chi avrà più attenzione dai media, e chi vincerà questa lotta nel catturare i favori dell'opinione pubblica. La rivalità tra Alleanza atlantica e Russia nella zona Balcanica ha rivelato tutto quello che si voleva nascondere dietro di un fantomatico piano per la Bosnia: Mosca è stata esclusa e le trattative sono come cadute in un'inutile retorica. Una rivalità che è emersa anche nel corso dei dibattiti che, come riportato da varie fonti presenti alla riunione, hanno confermato la vera differenza tra EU, NATO e Stati Uniti. Innanzitutto, Washington sta premendo con forza per inserire la riforma dell'atto costitutivo della BiH, come una delle condizioni per chiudere l'OHR, cosa che i rappresentanti europei non hanno accettato.


Le maschere dei leader politici e religiosi della Bosnia sfilano dinanzi alla sede della NATO di Butmir, durante i colloqui tra i funzionari di Stati Uniti, UE e i politici locali, lo scorso 9 ottobre 2009. (Foto source: Reuters)

La Bosnia, d'altra parte, è solo uno degli aspetti del controverso rapporto tra i due blocchi sul destino dei Balcani, regione che resta ancora un bersaglio di circoli internazionali che si scontrano per ottenere una maggiore influenza sul territorio, tra cui la stessa Unione Europea Javier Solana, Alto rappresentante EU per la politica estera e la sicurezza, in un articolo da lui redatto per il quotidiano Danas, glorifica la politica europea e conferma che quest'anno sarà decisivo per la politica europea nel mondo. "Negli ultimi dieci anni, l'UE è diventata un player che custodisce la sicurezza globale, determinando dei cambiamenti concreti nelle vite delle persone al livello mondiale", afferma Solana, ricordando che la commissione per la politica estera ha reso possibili 20 operazioni in tre continenti, per fermare le violenze, ristabilire la pace ed effettuare la ricostruzione dopo i conflitti. "Da Kabul a Pristina, da Ramallah a Kinshasa, l'UE controlla le frontiere, i trattati di pace, addestra le forze di polizia, partecipa alla strutturazione del sistema giuridico e protegge le navi dagli attacchi dei pirati", precisa Solana. Grandi parole per gli eurocrati di Bruxelles, sopratutto nel caso di Bosnia e Kosovo. Eppure stiamo parlando di due Paesi a cui è stato propinato una nuova Costituzione, quando la stessa UE non riesce a sanare le differenze interne sul Trattato di Lisbona e sulla redazione di una "costituzione europea". Per la Bosnia si è scelto addirittura di blindare in una base militare i suoi leader per raggiungere in maniera coatta un accorso sull'atto costitutivo, nel tentativo di risolvere un annoso conflitto in soli 10 giorni, dimenticando e nascondendo che gli stessi disaccordi esistenti tra le forze all'interno dell'Alleanza. Ma per Solana, l'UE resta l'unica organizzazione in possesso di strumenti e risorse sufficienti per appoggiare gli strumenti tradizionali della politica estera dei suoi membri. "I Balcani sono sicuramente stati l'esordio della politica estera europea. Quando è scoppiata la guerra nella ex-Jugoslavia negli anni Novanta, abbiamo visto questo Paese a noi vicino che bruciava perché non eravamo in grado di rispondere a quella crisi. Però, abbiamo imparato la lezione e ci siamo organizzati, il che richiedeva nuovi meccanismi per prendere decisioni e promuovere nuove dottrine di difesa", valuta Solana.

L'Alto Rappresentante UE conferma che sui Balcani è stato superato l'esame, ma la realtà a totalmente diversa. Il disaccordo tra le forze dell'Alleanza e l'UE si mostra in molti aspetti, tale che ormai le bandiere dell'Alleanza all'entrata di Shape resta solo un'immagine. Già da tempo non vi è un efficace scambio di informazioni per la lotta contro il terrorismo a causa dei blocchi interni dopo l'inizio delle trattative diplomatiche tra Turchia e UE e tra Grecia e Cipro. Gli alti vertici della NATO hanno definito “allarmanti e inaccettabili” tali episodi. Lo scontro diplomatico per la questione della divisione di Cipro preoccupa di più i politici di Bruxelles che i colonnelli della base della NATO a Mons. Secondo il colonnello John Hamill, i militari non affrontano spesso questi problemi. "Questi problemi si verificano raramente su di piano operativo, perchè a quel punto i militari capiscono che il lavoro deve essere fatto collaborando, a prescindere dalla loro nazionalità e dalle attitudini politiche. Ogni giorno i rappresentanti di NATO e UE scambiano informazioni sulle operazioni e soprattutto su quelle dispiegate in Afghanistan e in Kosovo”, dichiara Hamil, confermando che, sul teatro delle missioni, le due organizzazioni stano provando ad evitare gli ostacoli politici e a collaborare. Ma non si può ignorare che esistono dei problemi di scambio di informazioni, cominciati già nel 2004, quando Cipro è entrata a far parte dell'UE. Tra l'altro, il fatto che la collaborazione tra le due organizzazioni non funzioni bene, lo conferma anche il portavoce della NATO James Appathurai. "In realtà questo problema è collegato alla questione di Cipro. Il Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen, come ex premier, ha cercato di migliorare la situazione. Purtroppo il problema è fuori della NATO, anche se gli effetti si avvertono anche dentro. L' Alleanza non può forzare nessuno a risolvere questi problemi”, conferma Appathurai.

Non è da escludere, quindi, che questa crisi abbia avuto delle ripercussioni anche sulla stessa riunione di Butmir, come conferma lo stesso Steven Mayer, Professore presso la Facoltà per la sicurezza nazionale a Washington. ”Dietro le riunioni come quella di Butmir e quella pianificata per il 20 ottobre vi è un gruppo di politici internazionali che disperatamente desidera salvare la politica persa in Bosnia. Questi desiderano a tutti i costi impostare una politica che è pianificata per fare della Bosnia uno Stato, anche se gli elementi per questo tipo di Stato non esistono - dichiara Mayer, continuando - questi sono i tentativi dei politici internazionale di farsi la faccia pulita. Sarebbe molto più intelligente accettare la realtà e smettere di imporre emettere a tutte le tre etnie una politica che non ha funzionato e non funzionerà mai”. Non ci sono dubbi che esiste una sorta di parallelismo con la crisi della NATO e i colloqui di Butmir, ossia che non esiste in realtà un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse.

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